Vittorio Alfieri

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Vittorio Alfieri testimonial d'eccezione per la pubblicità della Barilla.

Quote rosso1.png Volle, e volle sempre, e fortissimamente volle, sto rompicoglioni! Quote rosso2.png

~ Il cameriere di Vittorio Alfieri


Vittorio Amedeo Alfieri, Victor Bishops per gli amici (Asti, presso Tasti, citofonare ore pasti, 16 gennaio 1749Cinzano, 8 ottobre 1803) è stato un drammaturgo, ma anche un commediurgo, chirurgo e un demiurgo amico di Licurgo.

Nato nella città di Asti, nel pieno dei suoi fasti, nell’estate del 1749 (giorno 15 dicembre) Vittorio Alfieri – il maggiore poeta tragico italiano, il Marco Masini del settecento – presenta se stesso nel libro autobiografico “Autobiografia” con queste parole:

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«Salve. Sono io.»


[modifica] I primi anni tristi

Vittorio Alfieri nacque dal savoiardo conte Antonio Amedeo Alfieri (per gli amici A.A.A.) e dal wafer Monica Maillard de Tournon (già vedova Sparpagliazzi).
Il padre morì nel primo anno di vita di Vittorio e la madre per non dare un dolore al figlio gli nascose la notizia. Un'atmosfera molto allegra si respirava nelle stanze del palazzo, con la madre che per non turbare il figlioletto fingeva che il conte Alfieri fosse ancora vivo muovendogli le braccia con dei fili quando il piccolo Vittorio lo salutava.
La commedia durò fino all’età di 27 anni quando mentre erano a tavola un filo si spezzò e la testa del conte Antonio cadde nella zuppa di fave. Il giovane Vittorio ebbe un trauma 6 volte superiore a quello che avrebbe avuto se la madre gli avesse detto da subito la verità. Il ragazzo era evidentemente scosso dalla nuova situazione che si era configurata:

In seguito a questa farsa vergognosa il ragazzo maturerà quel carattere chiuso, solitario e da asociale che gli resterà accanto anche dopo la morte (al suo funerale non venne neanche il parroco).

A palazzo Alfieri, Alfieri visse con un precettore, senza alcuna compagnia. A Natale faceva il cenone col cane, sulla rubrica aveva un solo numero di telefono e quando lo faceva per parlare un po' lo trovava sempre occupato: era il suo. Strano che quest'uomo non sia diventato un cabarettista.

[modifica] I secondi anni, ancora più tristi

Nel 1758, per volere dello zio Pellegrino Alfieri, governatore di Cuneo, viceré di Sardegna e vicesindaco di Chitignano, il giovane Vittorio fu iscritto all'Accademia Reale di Torino. Alfieri frequentò l'Accademia dove studiò grammatica, filosofia, gastronomia e merengue.

Venne a contatto con molti studenti stranieri e i loro racconti e le loro esperienze lo stimolarono facendolo partire per l’Erasmus.
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Lo stemma del casato degli Alfieri.

Tra il 1766 e il 1772, Alfieri cominciò un lungo vagabondare in vari stati dell'Europa spostandosi con l’autostop. Visitò l'Italia da Milano a Gallarate (sempre in diagonale come tutti gli Alfieri) e nel 1767 giunse a Parigi dove conobbe Luigi XV e suo fratello, Luigi XV secondo estratto, che insieme facevano un Luigi XXX.
Fermatosi in Olanda a fumare tulipani conobbe il suo primo amore in un coffee shop. Alfieri le inviò poesie bellissime, ma la ragazza era analfabeta e non apprezzò mai i suoi sforzi. Alfieri prendendo la cosa con filosofia tentò il suicidio, dandosi fuoco mentre si faceva la doccia. Il tentativo stranamente fallì.

Rientrò a Torino dove alloggiò in casa di sua sorella Giulia che nel frattempo era diventata suora ma viveva con un prete, padre Gisello Paternostro di Corpodicristo. Spesso i due si chiudevano in stanza a pregare e Alfieri fu sempre molto stupito dal loro peculiare modo di dire messa, sempre ad alta voce e ponendosi nei confronti della divinità in modo propositivo:

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«Oh, Dio! Oh Dio, sì! Sì! Sì! Vieni! Vieni!»

Lì vi rimase fino al compimento del ventesimo anno di età, quando venne cacciato dalla sorella in un modo crudele: una sera di luglio venne mandato a comprare i gelati per tutti e al ritorno non gli aprirono il portone. Capita l’antifona, l’Alfieri si ritrovò senza una meta e con una busta di gelati che si stavano sciogliendo. Tra il 1769 e il 1772, in compagnia del fidato servitore Elia (che tutti i ragazzacci canzonavano chiamandolo Elia, Elia à sora rà palla mia) l’Alfieri compì il secondo viaggio in Europa: partendo da Vienna passò per Berlino, toccò la Svezia, sfiorò la Finlandia e prese in pieno un tir per essere passato col rosso.
Giunto in Russia, aderì al partito comunista e ben presto si fece conoscere negli ambienti dei sindacati come il compagno Vittorino.

[modifica] Alfieri il mandrillo

Con i soldi vinti a un video poker l’Alfieri raggiunse Londra e nell'inverno del 1771 conobbe Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier, detto il “Cervo Nobile”, poi vi spiegheremo il perché. Il cerv... ehm il visconte, scoperta la tresca, sfidò a duello l'Alfieri. La sfida ebbe luogo alle 5 del mattino; il visconte non aveva specificato la scelta delle armi ed Alfieri vinse senza problemi dopo che si presentò con un bazooka.
La dipartita di Penelope Pitt resta avvolta nel mistero. Un giorno la videro allontanarsi col fratello Francis a bordo di un’enorme supposta gialla con le ali, questo almeno è quanto affermano i degenti dell’ospedale psichiatrico S. Souci che dicono di averla vista per ultima.
Che ne fu di Penelope Pitt?
E di Francis Pitt?
E di Brad Pitt?

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Alfieri caccia la sua lingua lasciva davanti alla donna sposata di turno: era l'approccio che gli riusciva meglio.

Il ventiquattrenne Alfieri rientrò a Torino nel 1773, giusto in tempo per assistere alla finale della Champions League tra la Juventus e l’Arsenal.
Si dedicò allo studio della letteratura, della retorica e della biancheria intima femminile, rinnegando in tal modo, secondo le sue stesse parole, «anni di cazzeggio inutile»; ritrovò i suoi vecchi compagni di Accademia militare e di gioventù. Con loro istituì una piccola società che si riuniva settimanalmente in casa sua per «banchettare, ragionare di filosofia e guardare film porno», la "Societé des allupatòn". In questo periodo scrisse cose di alto livello culturale come l'Esquisse de Jugement Universél e “Cento modi per masturbarsi con un braccio ingessato”, destinato a diventare poi un cult tra gli adolescenti di ogni epoca.
Ad Alfieri le donne single facevano proprio schifo, preferiva di gran lunga cornificare i mariti delle altre, tant’è che ebbe anche una relazione con la marchesa Gabriella Bella di Villacoppàsajtella, moglie di Giangiovanni Antonio Bazzichi, marchese de’ Mieistivali.
Tra il 1774 e il 1775 portò a compimento la tragedia Antonio e Cleopatra, trasformandola in una commedia sexy: nella versione inedita proposta dall’Alfieri Cleopatra non si fa mordere da un serpente, ma si fa mettere incinta da un rottweiler.

Nell'aprile dell'anno seguente fino al successivo, si recò a Pisa e a Firenze dove iniziò la stesura dell'Antigone e del Don Garzia, a cui seguì l’altrettanto celebre Don Garzia e l'onorevole Peppone.

Tornò in Toscana nel 1777 dove si accostò alle opere di Niccolò Machiavelli che essendo morto da circa 2 secoli non ebbe nulla da ridire. Da queste nuove ispirazioni nacquero La congiura de' Pazzi, Il complotto dei lazzi, L'inciucio e gli intrallazzi e il trattato Come mettere i chiodi a testate, pubblicato in cinque puntate sulla rivista “Bricolage per cerebrolesi”.


Quote rosso1.png Un dolce fuoco negli occhi nerissimi accoppiato a candidissima pelle e biondi capelli danno alla di lei bellezza un risalto da cui è difficile non rimanere colpito o conquisto. E che tette! Quote rosso2.png

~ Vittorio Alfieri sulla Contessa d’Albany.

Nell'ottobre del 1777, Alfieri che tra una tragedia e l’altra era sempre a caccia di donne sposate, conobbe la donna che lo tenne a sé legato per tutto il resto della vita, forse per amore forse perché lo portava in giro col guinzaglio: Luisa Stoltberg d'Albany, moglie di Charles Edward Scannapieco, pretendente al trono d'Inghilterra e vicesindaco di Afragola. Nello stesso periodo l'Alfieri si dedicò alle opere di Virgilio e Virgilio si dedicò alle sue.
Terminò il trattato Documento di Word 1 (non gli venne in mente nessun titolo) e il poema in ottave ispirato alla vita quotidiana “Dove sono le mie mutande?”

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La copertina del celebre Risogallo.

Nel 1780, con l'avallo del governo granducale e col cavallo di suo zio, la contessa d'Albany riuscì ad abbandonare il marito rifugiandosi a Roma presso il convento delle Orsoline. È come se un nazista volesse chiedere asilo in un covo di partigiani tuttavia la peccaminosa contessa venne accettata ugualmente, le Orsoline avevano giusto bisogno di un’anima pia che lavasse i piatti al posto loro in modo pio.
Dopo qualche tempo l'Alfieri, che nel frattempo aveva donato tutti i beni e le proprietà feudali ai poveri, che intanto erano diventati ricchi dopo quella donazione, ebbe modo di iscriversi alla loggia massonica "Propaganda 1”, antesignana della futura P2 e guidata dal Conte Gianpetronio Gelli, pro-prozio di... non diciamo quel nome.

Tornò a Roma stabilendosi a Villa Strozzi con la contessa d'Albany, che nel frattempo ottenne una dispensa papale che papale papale diceva che poteva lasciare il monastero. Nei due anni successivi di soggiorno romano lo scrittore portò a compimento la tragedia Merope e Saul alla conquista di Miami, un incrocio tra una tragedia di Sofocle e un film dei fratelli Vanzina.

Nel 1783, Alfieri fu accolto all'Accademia dell'Arcadia col nome di Filacrio Emorroidario. Nello stesso anno terminò anche l'”Abele bastardo”; anche in questo caso lo spirito dannosamente creativo dell’Alfieri interviene per dare originalità alla storia e così in questa tragedia vediamo Abele bucare le gomme dell’auto di Caino nell’euforia dei festeggiamenti di fine anno.

Tra il 1783 e il 1785 Alfieri pubblicò in tre volumi la prima edizione delle sue tragedie stampate con l’inchiostro simpatico e con il pretesto di far conoscere le proprie tragedie cominciò a fare marchette praticamente dappertutto, facendosi vedere in tutti i salotti letterari d’Italia e in tutte le trasmissioni televisive, talvolta anche nello stesso momento. Ma le tragedie raccolsero per la maggior parte giudizi negativi. Solamente il critico Ranieri dé Calzabighi, cieco e analfabeta, si complimentò con lo scrittore che con le sue opere aveva posto il teatro italiano sullo stesso piano di quello afghano.
Nell'aprile del 1784, venne rappresentata per la prima (e ultima volta) la tragedia “Panegirico di Plinio e Traiano”, tre ore e mezza di spettacolo in cui Plinio e Traiano si scambiano numeri di telefono seduti su una panchina in attesa dell’autobus. Stranamente il pubblico non gradì e dagli spalti volò praticamente di tutto, dai cavolfiori alle scorze d’anguria passando anche per una stufa a gas che colpì Traiano in pieno volto.

La convivenza con la contessa d’Albany frattanto si era fatta impossibile: Alfieri infatti era messo sotto le fatiche e puliva, rassettava, cucinava, stirava, faceva la lavastoviglie, portava a spasso il cane. Insomma sembrava il fratello sfigato di Cenerentola.
Nel tempo libero (di notte) trova comunque il tempo di scrivere la Sofonisba, un’opera dedicata a una sua amica dal nome orrendo.
Nel 1785 portò a termine la tragedia Bruto che l’Alfieri trasformò in un agghiacciante musical: nel terzo atto infatti Giulio Cesare una volta caduto a terra dopo le pugnalate si rialza e con Bruto e Cassio sottobraccio inizia a cantare:

Non han mai fatto male
tre colpi di pugnale
di là c’è un bel vinello
pensiamo solo a quello!

I critici usarono il libretto dell’opera per scriverci dietro la nota della spesa: un segnale chiaro per sottolineare che lo spettacolo non era piaciuto.

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Rappresentazione teatrale di una tragedia di Alfieri.

[modifica] Alfieri e la rivoluzione

Quote rosso1.png Questi francesi vogliono fare la rivoluzione per conquistare i propri diritti. Non otterranno nulla, il re li farà decapitare tutti. Quote rosso2.png

~ Vittorio Alfieri che aveva capito tutto sulla rivoluzione francese

Nel 1789, Alfieri e la sua compagna capitarono a Parigi in un momento di incredibile importanza per la storia della Francia e dell’intera umanità: la sagra del fagiano con le cipolle. E poi c’era anche la rivoluzione francese.
Per le strade si sparava, si lanciavano molotov, si giocava a tennis, insomma c’era l’atmosfera della guerriglia urbana.
Alfieri rimase coinvolto nei tumulti per circa 2 ore a causa di un corteo dei disoccupati, ma la sorpresa maggiore la ebbe quando andò a recuperare l’auto, che aveva parcheggiato sotto la Bastiglia.
Stravolto e incazzato per l’accaduto, Alfieri tornò il Italia dove scrisse Il Misogallo, un’opera talmente xenofoba che al confronto il Mein Kampf sembra il diario di Madre Teresa di Calcutta.

Rimasto a corto di soldi spesi tutti nella sua preziosa collezione di tazzine di porcellana decorate a piede, Alfieri per poter pubblicare il suo manoscritto dovette chiedere un finanziamento a un potente signorotto locale, il Conte Patrizio Blond, già allora leader incontrastato dell’industria del riso, che accettò di pagare tutte le spese a patto però che l’opera si fosse chiamata il Risogallo.

Uscito col titolo Il Risogallo, il libro sbagliò completamente il target di mercato e fu acquistato da tutte le casalinghe dello stivale, convinte che si trattasse di un libro di ricette. Aperta l’opera invece le massaie italiane si trovarono di fronte un elenco infinito di incazzature, imprecazioni e bestemmie varie e tutto questo solo nell’introduzione. Il comune denominatore di tutto il libro era l’odio verso i francesi, accusati di cose come:

Per Alfieri, i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani, mitizzando così un'ipotetica Italia futura, governata da persone virtuose, magnanime e oneste. Quest’uomo aveva capito tutto.
Intanto nel 1792 la Francia che a detta di Alfieri non poteva essere libera era diventata appunto libera, segando la testa al proprio re e abolendo la monarchia, ma il drammaturgo era troppo preso dal dispiacere per l’entrata dei francesi che conquistavano parte della sua Italia “libera”.
Stanco, sfiduciato e con l’alito puzzolente Alfieri non poteva nemmeno più dedicarsi al suo sport preferito, quello di sedurre donne sposate, visto il rigido controllo attuato dalla contessa che controllava la sua corrispondenza e le chiamate sul suo cellulare.
Lo scrittore allora si immerse totalmente nello studio dei classici greci traducendo Euripide, Sofocle, Eschilo e Nicola di Bari. Proprio da queste ispirazioni nel 1798 nacque l'ultima tragedia alfieriana: l'Alceste di Barletta.

Vittorio Alfieri si spense l'8 ottobre 1803, mezz’ora dopo che qualcuno gli diede fuoco.
Le sue ultime parole furono: aiuto!
Le autorità volevano seppellirlo nella basilica di Santa Croce, ma siccome non c’era posto venne tumulato sotto Via del fico, che sta vicino a Santa Croce.
A sua memoria rimane una struggente lastra commemorativa in similmarmo che recita così:

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«Qui sotto giace Vittorio Alfieri. Non fateci cagare il vostro cane.»

[modifica] Opere

Alfieri ha scritto per la maggior parte in lingua francese, ma anche in italiano, ungherese, latino e barese. Qui di seguito sono elencate solo le opere degne di nessun rilievo.

[modifica] Le tragedie

Vittorio Alfieri stava sempre male. Cercava di compensare questo suo malessere facendosi consolare dalle donne (degli altri) ma stava comunque male. E rifletteva questo malessere malevolo nelle sue tragedie, opere pesanti come un piatto di crauti con le cozze.
Le sue tragedie furono rappresentate quando il poeta era ancora in vita così poté sempre assistere ai pernacchi che il pubblico gli tributava al termine della rappresentazione.

A Bologna vennero rappresentate tra il 1796 e il 1798 ben quattro tragedie (Bruto II, Saul, Virginia, Lo zappatore).

Le tragedie sono ventidue, compresa la Cleopatra che però faceva talmente schifo che l’Alfieri stesso negò di averla mai scritta dicendo che si era scritta da sola. L'Alfieri scriveva in endecasillabi sciolti, in settenari spuri e in settenani sbronzi. Ricordiamo:

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Le opere di Alfieri riscuotono sempre un gran successo di pubblico tra quelli che soffrono di insonnia.

  • Saul: tragedia in 3 atti in cui si narrano le difficoltà di una giovane promessa del calcio brasiliano (Joào Iniacio Manuel Cabello Portorotondo, detto Saul) per avere il permesso di soggiorno per giocare in Italia.
  • Bruto: la morte di Giulio Cesare secondo Vittorio Alfieri: 5 atti per raccontare un evento che si svolge in 30 secondi. È stato di recente rappresentato alla Scala di Milano: Giulio Cesare sembrava vestito da Dolce e Gabbana e uno dei congiurati aveva la maschera da Klingon.
  • Agamennone: il re degli achei torna da Troia per trovarne un’altra (Clitennestra) a letto col suo migliore amico Egisto. Agamennone viene ucciso da Egisto dopo una colluttazione a colpi di asciugamani bagnati. Egisto vorrebbe uccidere anche Oreste, figlio di Clitennestra e di un benzinaio di Atene ovest ma il ragazzo riesce a sfuggire alla cattura travestendosi da pianta grassa.

[modifica] Gli scritti politici

  • Del principe e delle lettere: dove Alfieri giunge alla conclusione che il binomio monarchia e lettere sia dannoso, così dà deliberatamente del leccaculo a mostri sacri della letteratura come Virgilio, Orazio, Ariosto e Van Gogh. E Dante? Dante per Alfieri era brutto, nasone, ma non si vergognava ad uscire per strada con una tuta rossa e un cappello a punta: ecco un pensatore libero.
  • L'America libera: un componimento di cinque odi, in cui Alfieri esalta l’America come nuova nazione che porterà serenità e pace nel mondo nei secoli a seguire. È incredibile come sia riuscito sempre a indovinare.

[modifica] Le commedie

Alfieri nonostante non ridesse neanche se gli facevano il solletico, cercò di cimentarsi perfino nella commedia pur di avere un briciolo di successo. Ecco ciò che ne tirò fuori:

[modifica] Autobiografia

Alfieri cominciò a scrivere la propria biografia a cinque anni, appena imparò a scrivere le vocali, cosicché le primissime pagine del manoscritto sono tutte così:

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«Aaaeeeuuuoooiiii, auoi, aeiuooo, oooouoiou.»

Una volta imparate le consonanti il discorso acquista un filo logico ma bisogna aspettare fino a pagina 516.
La fine dell’opera coincide con la morte del protagonista, un colpo di scena che vale l’intero libro. La lettura è sconsigliata ai cani e alle donne incinte.

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Un gruppo di intrepidi turisti si appresta a visitare la tomba di Vittorio Alfieri.

[modifica] Nato per lamentarsi

Alfieri è considerato dalla critica letteraria come l'anello di congiunzione tra Leopardi e Marco Masini. Il suo interesse per le tragedie umane, il suo soffermarsi sempre sul patetismo delle situazioni infierendo sui drammi delle persone, proprio come Nerone nell’Ottavia o Bruno Vespa in Porta a Porta, collegano Alfieri alle correnti dell’Illuminismo spento e del Megatristismo, che troverà la sua massima espressione con i testi di Michele Zarrillo e di Mariottide.
A questa tristezza cronica l’Alfieri contrappone il “titanismo” ovvero il bisogno di affermazione dell'io, desideroso di spezzare ogni limite. Questa ricerca di forti passioni, quest'ansia di infinita grandezza e di illimitato è stata interpretata da Freud come un chiaro segno di omosessualità latente.

[modifica] L'eredità spirituale

Fu scritta su un testamento spirituale, ma nessuno sa dove sia. Resta comunque il fatto che Alfieri è semplicemente Alfieri, così oggi come ieri. Sì, così oggi come ieri.

[modifica] Alfieri e l'arte

Il poeta torinese, che se vedeva un pastorello col piffero ci scriveva sopra un poema di 9 libri e mezzo, davanti alle opere artistiche manifestava una certa “ottusità d'intelletto”: non ne capiva un cazzo, così è più chiaro.

  • A Firenze, per la prima volta nel 1766, dichiarò che gli Uffizi erano noiosi e guardando il David di Michelangelo disse: bravo, l'ha sbagliato di poco!
  • A Roma visitando il Foro disse: ma è possibile che questi romani costruissero solo rovine?

Questo spiega perché Alfieri acquistasse i suoi quadri da Telemarket.

[modifica] Voci correlate



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in data 20 giugno 2009
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