Figlio di Marianino Vanni Giovanni dei Barbagianni e di una donna la cui identità è irrilevante, il giovane Alessandro trascorse un'infanzia felice nonostante la salute cagionevole. La famiglia non era particolarmente agiata: suo padre faceva il conciatore di pelli, o forse l'innaffiasedie. In ogni caso, un lavoro inutile e caduto in disuso col passare del tempo.
Le prime testimonianze di Botticelli sono dei documenti catastali. In quello del 1458 citò i suoi quattro figli maschi Giovanni, Antonio, Simone e Sandro, accatastandoli come aree cortilive per non essere costretto né a mandarli a scuola né a pagarci l’IMU. All'arrivo degli ispettori del catasto i bambini erano costretti a stendersi nel giardino e a fingersi dei cortili.
Nella dichiarazione dei redditi del 1459 il padre descrisse nello stato di famiglia il figlio Sandro: "...E poi c'è quel bischero del mi' figliolo, Alessandrino, che sta sempre chiuso ner cesso a leggere riviste con donnine nude invece d'aiutarmi a innaffià le sedie, Dio bono!".[1] Grazie a questa dichiarazione gli storici hanno potuto tracciare con chiarezza il profilo psichico del giovane Botticelli: un bischero che stava sempre chiuso nel cesso. Nello stesso documento viene inoltre definito "malsano", descrizione da intendersi come un misero e inutile espediente del padre per ottenere l’assegno di mantenimento ed il pass disabili.
Il nomignolo Botticelli fu inizialmente affibbiato ad un fratello di Sandro, tale Giangiovanni, che lavorava a Firenze come sensale: altro mestiere inutile che consisteva nel salire e scendere le scale. Dal fiorentino antico: se 'un sale (scende). Nonostante Giangiovanni salisse e scendesse le scale tutta la vita, nessuno pagò mai un fiorino.
Famoso dipinto di Botticelli: Uomo brutto con testa montata al contrario.
Il suo vero e proprio apprendistato si svolse nella bottega di Filippo Pippi dal 1464 al 1467.
Risalgono a questo periodo tutta una serie di Madonne, attribuite al Botticelli, che gli costarono tre mesi agli arresti domiciliari per bestemmia reiterata. La primissima opera attribuita a Botticelli è la "Madonna col Bambino, un angelo e una foca" (1465 circa), la seconda è l'"Orca Madosca" (1466), entrambe dimostranti l’interesse del pittore verso il mondo animale e definiti dal Pippi degli “stronzi essiccati sulla tela che non valgono il prezzo della cornice utilizzata”.
Nonostante il talento del giovane Botticelli, il rapporto col maestro Pippi era difficile, forse per il carattere opprimente del ventenne apprendista. Il Vasari, nelle sue Vite riporta alcuni dialoghi tra i due:
Sicuramente uno dei quadri migliori del Botticelli
Sandro :Maestro, posso dirle una cosa? Basta che non si offende.
Pippi : Va bene, dimmi Sandrino.
Sandro : Per fare un quadro grande ci vuole un pennello grande.
Pippi : Sto già usando un pennello grande. Ora lasciami lavorare, vai a colorare.
Sandro : Maestro… non le conviene utilizzare un pennello in crine di cavalla di razzaarabo fenicia, piuttosto che un pennello in crine di asina mediorientale?
Pippi : Sandro, non esistono animali del genere, né tanto meno strumenti simili. Ora per favore, sto facendo un’opera importante. Guarda che belle quelle statuette! Guarda che belle! Vai a giocarci.
Sandro : …Maestro... la potenza è nulla senza controllo. Non se lo dimentichi.
L'accentuato linearismo verrocchiesco, inteso come espressione di movimento, risulta poi evidente nella "Madonna attraversa fuori dalle strisce”, anch’esso di quel periodo, in cui le meditazioni sulla concezione matematica della pittura, di grande attualità in quegli anni con gli studi di Piero della Francesca, sono ben sintetizzate dalle sgommate degli pneumatici.
Foto di gruppo. Il primo a sinistra è Mercurio, dio delle arance. Seguono le tre gnocche, Venere, un uccello con arco e frecce e una donna che semina fiori. Chiude il gruppo una scena di stupro.
Dal 18 agosto1469 al 18 agosto 1469, lavorò alla sua prima commissione pubblica, di notevole prestigio e risonanza: si trattava di una sedia del Palazzo di Giustizia che si era irrimediabilmente scheggiata qualche giorno prima.
Botticelli per quel lavoro accolse lo schema presentato dal Pollaiolo nelle sue linee generali, ma impostò l'immagine in modo del tutto diverso: conficcò sul sedile un birillo puntato verso l’alto, così volendo operare un preciso richiamo alle qualità morali inerenti all'esercizio della magistratura, in pratica un'allusione simbolica all’operato del giudice. L’opera fu salutata con eccitazione dal circolo Arcigay della zona, meno dai magistrati.
Durante gli ultimi mesi del 1469 entra a far parte della confraternita degli artisti, presieduta dal celebre Leon Battista Alberti. Botticelli venne accolto con cordialità all'interno della combriccola soprattutto perché faceva un Banana Daiquiri importantissimo e serviva velocemente.
Di quegli anni l’infortunio sul lavoro causato da un Leon Battista Alberti particolarmente ubriaco, il quale prendendo una pistola ordinava a Botticelli di ballare e per incitarlo faceva partire diversi colpi mirando vicino ai suoi piedi, tra le grasse risate degli astanti. Purtroppo un proiettile lo colpì in pieno, staccandogli l’alluce sinistro. Per questo motivo, da quel giorno, fu chiamato da tutti “Ragazzo, smettila di zoppicare e portami il mio cappuccino”.
Negli anni '70 del Quattrocento, Botticelli esce dalla confraternita degli artisti per partecipare ai circoli culturali fiorentini vicini alla famiglia Medici, animati da Marsilio Ficino e Agnolo Poliziano, due buffoni di corte dall'indiscusso talento: il primo sapeva andare sul monociclo, l'altro riusciva a leccarsi i gomiti. È in ambienti come questi che avviene la formazione artistica di Botticelli, ben sintetizzata nel "San Sebastiano", opera in cui Botticelli mostra già un avvicinamento al Neoplatonismo, un movimento artistico e culturale basato sulle idee di Platone: ovvero niente alcolici prima dei 21 anni.
Spesso a corto di idee, Botticelli scopiazza le idee di un certo Piero del Pollaiolo, così chiamato per la sua abitudine di dimorare insieme alle galline. Dalla frequentazione del salotto, fatta di umiliazioni e pernacchie, spesso intramezzate da un “Coglione” pronunciato dal Poliziano di turno per far ridere le ragazze, Botticelli acquisì nuova sicurezza nella pittura, espressa principalmente nella sua Adorazione dei Magi, quadro eseguito tra il 1473 e il 1474.
"L'adorazione dei Magi", cartapesta su scatole di scarpe.
Dalla metà degli anni settanta Botticelli entrò nella cerchia dei Medici, che lo accolsero sotto la loro protezione accarezzandogli la testa e dicendogli che andava tutto bene. Riconducibili a questo periodo sono anche altre opere come il ‘‘Ritratto di Giuliano de' Medici’’ (1478), superbo esempio di doppia leccata di culo carpiata ritornata.
La politica riconciliativa di Lorenzo de' Medici verso gli alleati della Congiura dei Pazzi si realizzò in maniera efficace anche attraverso scambi culturali, con l'invio dei più grandi artisti fiorentini a Roma quali ambasciatori di bellezza, armonia e del primato culturale fiorentino; Botticelli si intrufolò nella carrozza che li portava nella città eterna, nascondendosi dentro un baule e facendosi i 3 giorni di viaggio in apnea ad assetto variabile.
Arrivato a Roma il 27 ottobre1480, si svegliò di buona lena, precedendo gli artisti fiorentini, e presentandosi a PapaSisto IV:
Sandro : Perché tu di arte non capisci niente, guarda che cappello hai in testa. Vai a chiamarmi un superiore, veloce!
Prese poi la prima corriera per Firenze inseguito dal Ghirlandaio e dalle guardie papali munite di fucili a pallettoni.
Degli anni novanta la Nascita di Venere e la Primavera sottratti a Pietro Perugino con una rapina a mano armata; tali opere gli fecero dichiarare:
In seguito gli arrivarono numerose commesse, che Botticelli non seppe mai portare a termine, vuoi per un mal di testa, vuoi perché Andrea del Verrocchio e il Perugino giravano con la pistola.
Ormai famoso, si lasciò andare ai piaceri. Nel 1502 una denuncia anonima lo accusò di sodomia. Nel registro degli Ufficiali di Notte, al 16 novembre di quell'anno, è riportato come il pittore "si tiene un garzone"...[2].
La fama durò però molto poco, dato che l'ambiente artistico era ormai dominato da un certo Leonardo da Vinci. Entrò per breve tempo a far parte delle tartarughe ninja, ma gli venne in seguito preferito Donatello in quanto più esperto nell'uso del bastone. Sandro non riuscì mai a superare questa delusione.
Il pittore, ormai anziano, inattivo e con problemi di erezione, trascorse gli ultimi anni di vita isolato e in povertà, morendo il 17 maggio1510. Al suo funerale soltanto pochi amici e due galline del Pollaiolo.
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