Pop art

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Pop Art

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Un esempio di opera della Pop Art.

Quote rosso1.png Disimpara l’arte e mettila in disparte Quote rosso2.png

~ Il motto della Pop Art
Quote rosso1.png Impara l’arte e giocatela a carte Quote rosso2.png

~ Un altro motto della Pop Art
Quote rosso1.png Volete dire che questo cesso è finto??! Io ci ho appena pisciato dentro!! Quote rosso2.png

~ Un visitatore ad una mostra della Pop art
Quote rosso1.png Il mio nome si scrive Warhol, non Uòrol” Quote rosso2.png

~ Andy Warhol alla giornalista ignorante di turno


La Pop art è una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra. Discende direttamente dal graffiante cinismo della Pignolik Art e dalla semplicità equilibrata del Neoplasticismo, del Dadaismo e del Proibizionismo. Si sviluppa soprattutto negli USA a partire dagli anni '60, estendendo la sua influenza in tutto il mondo occidentale.

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Asse da stiro con cesto di frutta (1962)

Questa nuova forma d’arte popolare (da non confondersi con la Popp Art che si limita a mettere un paio di tette dentro una cornice) era in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo astratto, in opposizione netta col Concettualismo afinalistico e in avversione concreta col Disillusionismo torpido. Insomma la Pop Art rompeva le palle a tutti.


[modifica] L’inizio

La Pop Art nasce in Gran Bretagna benché non se ne sentisse il bisogno. Il suo scopo era quello di riutilizzare il ciarpame e la roba vecchia che non si usa più, farne una accozzaglia credibile e dichiararla un’opera d’arte unica al mondo. Gli artisti che hanno fatto parte di questo movimento hanno avuto un ruolo rivoluzionario introducendo nella loro produzione l'uso di strumenti e mezzi non tradizionali, come il collage, la fotografia, il cinema, la raccolta differenziata, il punto croce, il DAS. La grande intuizione della Pop Art è stata proprio questa: l’aver capito che puoi essere un artista anche se metti 10 barattoli di zuppa surgelata uno vicino all’altro, pur senza saper disegnare neanche un omino col cane. Fa' una cazzata, credici fortemente e tutti ti diranno che sei un genio, questa era l’essenza della Pop Art.

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Una mostra Metacolpevolista. Notate l’incapacità degli artisti. Ma il bello è che non è colpa loro, è colpa tua.

Il primo artista della Pop Art fu Jonathan Golgazzo, che faceva l’uomo di fatica in una casa di riposo. Golgazzo scaricava i barili pieni d’immondizia e una sera scoprì che mettendo insieme un tubetto di dentifricio, un cornicione di pizza e un limone spremuto si poteva creare una faccia. Allora fece vedere la sua opera al direttore dell’istituto che lo licenziò su due piedi, anzi peggio su un piede solo. Ma Golgazzo non si diede per vinto ed aprì nel 1956 la sua prima mostra il cui dipinto più celebre è la famosa Faccia di Golgazzo, un’opera a metà strada tra il Surrealismo e l’Impressionismo, nel senso che faceva davvero impressione. Si racconta che, visto il successo dei suoi quadri, il direttore della casa di riposo avesse richiamato il giovane artista proponendogli di tornare a lavorare per lui. Ma il giovane rispose: “Golgazzo! Mi chiamo Jonathan Golgazzo, e sono ormai un artista della Pop Art.” Un altro importante artista fu Ugo Smith, l’uomo che creò una Cadillac utilizzando i cartoni della pizza. Non vanno poi dimenticati celebri esponenti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, George Segal, Goffredo Marzapane e Rocco Superga.

[modifica] L'evoluzione della Pop Art

Negli anni '60 la Pop Art si divide in tantissime sotto popolazioni, tutte a loro modo interessanti. Esse sono:

  • La corrente Impressionista: che supera il nichilismo afono e si prefigge lo scopo di impressionare lo spettatore. Le sue opere più rappresentative sono Alì Babà inculato dai 40 ladroni e Merda di cane su suola di scarpa.
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Scontrino di un bar (1968), tipica opera fancazzista.

  • La corrente Post-impressionista, che supera l’impressionismo e crea il Vomitismo, che più che un movimento artistico è un movimento intestinale. Qui l’artista si prefigge il chiaro scopo di far vomitare lo spettatore, perché odia la sua opera e per questo l’artista allontana, ripudia, rigetta. E rigetta anche lo spettatore. Le opere del Vomitismo ebbero vita breve perché le mostre si riempivano rapidamente del vomito dei visitatori e divenivano impraticabili dopo poche ore. Il loro motto è: vomita dove ti pare, ma non sulla mia opera.
  • Il Fanculismo: in cui l’artista supera il perbenismo borghese e dichiara apertamente che se l’opera non ti piace sei un pezzo di merda. L’artista fanculista risponde solo a sé stesso e a volte nemmeno quello. Le loro opere non devono avere spettatori anzi se te ne vai è pure meglio. Il loro motto è: l’opera non ti piace? Vaffanculo.
  • Il Metacolpevolismo: in cui l’artista, superato il dogmatismo, il pragmatismo e l’ellenismo, dichiara apertamente di non saper disegnare e che la colpa è anche tua. Il loro motto è: le mie opere sono una ciofeca, fanno cagare? Colpa tua che non mi hai trovato un lavoro migliore, adesso te le becchi tutte e zitto.
  • Il Minimalismo e la sua sottocorrente più estrema, il Fancazzismo: in cui l’opera dell’artista è ridotta all’osso perché l’artista è pure bravo ma non ha alcuna voglia di dimostrartelo. L’artista fancazzista esprime un disagio, una frustrazione anzi peggio sta pieno di complessi e lo comunica allo spettatore facendo opere senza alcun impegno o addirittura lasciando la creazione a metà con i pennarelli vicino, invitando così lo spettatore a finire il quadro al posto suo. Il loro motto è: mi rompo il cazzo, fallo tu.
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Una tipica opera di Micheal Placenta, esponente del Tengofamiglismo. Speriamo che il soggetto sia stato liberato almeno per la pausa pranzo.

  • L’Iperrealismo cronico ovvero il Tengofamiglismo: in cui l’arte oltrepassa il Nepotismo languido e il Nonnismo purulento per arrivare ad opere tremendamente realistiche, forse troppo. Qui l’artista immortala scene di vita quotidiana e non si accontenta più dei manichini, prendendo poveri disgraziati senza lavoro con la promessa di facili guadagni, costretti a stare fermi e immobili fino alla fine della mostra. La prima opera di questo genere venne presentata alla Biennale di Venezia del 1972 e si chiamava Aiuto, devo andare al cesso!

[modifica] Le sue ultime frontiere e la sua fine ingloriosa

Durante gli anni '60 la Pop Art chiarisce definitivamente i propri obiettivi: la sfrontata mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il sistema di vita consumistico, i testimoni di Geova che rompono le palle quando stai a casa, il telefono che squilla sempre quando sei in bagno, l’incapacità di trovare un idraulico quando serve, sono i fenomeni dai quali gli artisti Pop attingono le loro motivazioni. In altre parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dal quotidiano e fonda la propria comprensibilità sul fatto che questi problemi (specialmente quello dell’idraulico) sono a tutti noti e riconoscibili. Alcuni stili di rappresentazione hanno ad esempio fatto scuola:

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Andy Warhol - Orange Malgioglio

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Andy Warhol - Zuppa Knorr

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Ancora Andy Warhol - Orange Vallespluga. Adesso hai rotto il cazzo, Andy.


  • Andy Warhol, che fotografò 10 barattoli di zuppa Campbell perché per sbaglio gli era partita una foto mentre metteva il nuovo rullino nella macchina fotografica. Quando si dice il culo!

Stupito dall’inaspettato successo della foto, Warhol pensò quello che pensano molti artisti emergenti stronzi che vincono Sanremo: l’anno prossimo faccio la stessa identica canzone, cambio solo il titolo e vinco un’altra volta. Questo effetto è noto anche con il nome di effetto "Natale a", ed è il fenomeno che accade a Neri Parenti con i film di Natale: l’anno prossimo faccio lo stesso identico film, cambio solo la parte finale del titolo così sbanco i botteghini un’altra volta.

Fu così che negli anni seguenti Andy Warhol propose:

  • la zuppa Knorr
  • la zuppa del Casale
  • la zuppa di lenticchie
  • la polenta Valsugana

E infine mise 10 galletti Vallespluga in fila e intitolò l’opera Orange Vallespluga. E così via con tanti altri soggetti, personaggi dello spettacolo, politici. Quando arrivò a creare l’Orange Malgioglio l’artista aveva rotto un po’ il cazzo e così avendo raschiato il fondo del barile si ritirò

  • Thomas Scolo, l’inventore del Meteorismo, l’arte di accendere le proprie scoregge per impressionare la tela. Lui le zuppe non le fotografava ma le mangiava in gran quantità per avere sempre colore disponibile per la sua personalissima “tavolozza”. Tra le sue opere ricordiamo: Broccoli e Spinaci- 4 porzioni, Fagioli con le Cotiche e tanta Coca Cola e Scoreggia d’artista, inscatolata come la più famosa Merda del celebre Piero Manzoni. L’artista vive un disagio interiore (molto interiore), che parte dal basso e si sublima in un gesto simbolico (la flatulenza) sottoposta al passaggio catartico del fuoco. Ecco il messaggio recondito dello Scolo, le cui opere non saranno di grande impatto visivo, ma d’impatto olfattivo sicuramente. A suo modo un genio.
  • Edward Supruso, l’italoamericano esponente dell’Oltraggismo avverso, l’ultima e definitiva frontiera della Pop art, la corrente che determinerà la vera fine del movimento. L’Oltraggismo avverso si prefigge l’obiettivo di far incazzare lo spettatore, di determinarne una reazione. “L’arte non è arte se il pubblico non reagisce” furono le ultime parole di Supruso prima di essere pestato selvaggiamente alla sua ultima mostra dal titolo “Mi sono fatto le vostre mamme”, del 1984.

Tra le sue opere ricordiamo: “Che cazzo guardi?” (1980) e Stronzo chi legge (1981).

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Due spettatori davanti ad un’opera di Thomas Scolo.

Come è stato detto, dopo tanta provocazione la Pop Art non sapeva che altro fare per stupire e generare novità. La sua definitiva caduta venne sancita dall’invenzione dell’inceneritore e di altri metodi per lo smaltimento dei rifiuti, sicché scatolame, lattine e cartoni della pizza cominciarono a scarseggiare.

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Un'opera di Roy Lichtenstein.

Rimangono tuttavia i coraggiosi e infruttuosi tentativi di emulazione da parte di Fra Giovanni Muciaccia nel suo Art attack e il ricordo per una corrente artistica che, tra le tante minchiate proposte, ha avuto comunque il coraggio di sperimentare. Sulla pelle dello spettatore.

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