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Marco Giunio Bruto nel 60 a.C. Allora era fatto di pietra e non aveva il corpo.
Bruto, ti ho detto mille volte che non si corre con le daghe in mano: guarda cos'hai combinato!
~Satana su Marco Giunio Bruto, sgranocchiandogli la testa.
Sic semper tyrannis!
~ Marco Giunio Bruto poco prima di sparare a Lincoln.
Marco Giunio Luglio Bruto Ernesto Sparalesto Cepione, detto Bruto, viene da tutti ricordato come l'assassino di Gaio Giulio Cesare, sebbene abbia fatto anche altre cose oltre a pugnalare a morte il proprio padre adottivo. Fu per esempio un senatore e il principale antagonista di Braccio di Ferro.
Bruto nacque a Roma da un tribuno della plebe chiamato come lui, cioè per nome, e dalla sorellastra di Catone l'Uticense, nonché ex moglie di Ridge e amante di Cesare. Marco fu educato fin dall'età di -2 anni agli ideali dello stoicismo, corrente filosofica che sosteneva l'importanza rivestita dall'harakiri nella cultura del filosofo; era pertanto un intellettuale di un certo spessore, in grado di confutare le teorie hegelianeaddirittura 1800 anni prima della loro elaborazione. La sua carriera politica iniziò quando divenne l'assistente di Catone, con tanto di saio nero con cappuccio e gobba alla Igor. Si arricchì molto con l'usura, occupandosi di piazzare bombe sulle bighe di chi non lo pagava. Al Senato si schierò contro Pompeo, che odiava con tutto il cuore e parte del fegato perché aveva assassinato suo padre, ma durante la guerra civile passò dalla sua parte, colpito probabilmente da una brutta amnesia che lo portò a credere che suo padre fosse morto per cause naturali, nonostante la daga conficcata nella schiena. Dopo la battaglia di Farsalo scrisse una lettera a Cesare, in cui diceva che non l'aveva fatto apposta ad uccidere i suoi soldati scelti, e fu perdonato dopo aver pagato pegno saltando un turno. Purtroppo per lui, Cesare non si accorse mai che Bruto si era fregato le mani con un'espressione satanica.
Bruto, non pago dell'omicidio di Cesare, minaccia di morte anche una nuvola.
Indignato dall'oltraggioso comportamento di Cesare, che era solito non spegnere mai il cellulare a teatro, Bruto ordì una congiura con Cassio, con la scusa di voler evitare la nascita di un tiranno e la fine della repubblica di Roma[Ne aveva di fantasia...]. Il 15 marzo del 44 a.C., lui e gli altri senatori iniziarono a pensare ad un piano machiavellico e raffinato, che consentisse loro di togliere la vita a Cesare senza che soffrisse, mantenendo al contempo intatto il suo corpo per non oltraggiare un nemico superbo, crudele, ma comunque degno di rispetto. Poi però si ricordarono che Cesare tyrannus merdae erat[citazione necessaria], così lo pugnalarono 46 volte. Bruto ebbe un ruolo determinante, in quanto tutti i coltelli usati erano parte della sua collezione privata, nella categoria "Da infilare ripetutamente nel corpo degli amici".
Dopo l'uccisione di Cesare, Marco Antonio lesse pubblicamente il suo testamento, nel quale Giulio lasciava ad ogni cittadino romano de' Roma una tessera sconto per la COOP; appena saputa la notizia, Bruto, all'unisono col suo amichetto del cuore Cassio, dichiarò:
Augusto ospite a Porta a Porta per discutere cosa fare del corpo di Bruto, mentre Bruno Vespa, non inquadrato, prepara un plastico della battaglia di Filippi.
Durante la battaglia di Filippi, mentre i nemici buttavano giù gli uomini di Bruto come birilli, Marco trovò la morte per mano del suo acerrimo rivale: Marco Giunio Bruto. Questi, infatti cogliendosi di sorpresa, si pugnalò allo stomaco.
Il corpo di Bruto, contro la volontà di Ottaviano (che avrebbe voluto darlo da mangiare al suo pastore tedesco), fu cremato e le ceneri sparse per il salotto di casa sua, con grande dispiacere della madre. Non tanto per la morte del figlio, quanto per il fatto che la cenere macchia.
Attualmente Bruto risiede all'Inferno, al numero 2 di Lucifero Boulevard, Bocca di Satana, e passa le giornate in compagnia di Cassio e Giuda Iscariota, coi quali discute per ore sul perché Dante Alighieri ce l'avesse tanto con loro, avendoli collocati nell'unica parte dell'Inferno in cui manca la corrente.
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