L'inno del corpo sciolto

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Benigni in Berlinguer ti voglio bene.jpg

Il Generale in un campo intento a mettere in atto i comandamenti dettati da "L'inno".

L'inno del corpo sciolto fu la canzone adottata come inno nazionale italiano durante il cosiddetto "Governo Benigni" (1979-1982) come affermazione del governo dittatoriale di stampo cacomunista instaurato. Esso è comunemente considerato come l'apologia dell'ormai aggravata comicità degenerativa del generale Robert Benigni, nonostante alcuni critici affermino quanto sia ammirabile nella sua "schiettezza e quotidianità, nel suo sforzo umano che conduce all'estasi, alla purificazione del corpo, corpo che è visto come tempio dell'anima".

Si inserisce al livello culturale tra "Bandiera rossa" e "Faccetta nera", benché superi entrambe per la profondità dei contenuti[citazione necessaria].

[modifica] Analisi del testo

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«E questo è l'inno

del corpo sciolto

lo può cantare solo chi caca di molto»

Con queste parole inizia l'inno, mostrando subito di non aver paura nell'auto-affermarsi come manifesto politico. Inoltre introduce il concetto di discriminazione (lo può cantare solo chi caca di molto), un concetto che verrà poi messo in pratica con le "Leggi Anti-stitiche" del 1981 e che porterà quindi alla distruzione di 2 milioni di "tappi per il culo".

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«se vi stupite

la reazione è strana

perché cacare soprattutto è cosa umana.»

L'inno prosegue, cercando di rompere il ghiaccio con gli ascoltatori più sensibili, turbabili da argomenti gravosi quali la defecazione, notando come l'atto escretorio sia in realtà parte della realtà quotidiana. Motivi politici, però, si nascondono dietro questa facciata di gentilezza: difatti, per un Atto emesso nel giugno del 1980, per iscriversi al Partito era necessario portare un chilo di escrementi freschi di giornata auto-prodotti, concetto che verrà ribadito più avanti nello stesso inno.

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«Noi ci si svegliamo e dalla mattina

il corpo sogna sulla latrina le membra posano in mezzo all'orto

è questo l'inno, l'inno sì del corpo sciolto.»

Ribadendo alla fine del passo la stessa identità rappresentativa dell'inno, si viene prima introdotti ad una mentalità secondo cui il Partito non deve solo coinvolgere la vita politica, ma anche quella quotidiana, dettando nuove regole di vita e di convivenza sociale, rimarcando oltretutto i vantaggi di tipo agricolo che si ottengono seguendo questa disciplina.

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«C'han detto vili

brutti e schifosi

ma son soltanto degli stitici gelosi»

Una non troppo velata denuncia contro i nemici del partito è qui introdotta, sminuendo al livello pubblico chi andava contro il Partito ed i suoi ideali, additandolo come un moralista ed uno schifiltoso.

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«ma il corpo è lieto

lo sguardo è puro

noi siamo quelli che han cacato di sicuro.»

In contrapposizione alla critica di prima, è invece esalato l'uomo di Partito, il quale nel suo coraggioso confronto con le impurità interiori ne trae godimento e ne emerge rinnovato, purificato.

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«Pulirsi il culo dà gioie infinite con foglie di zucca di bietola o di vite»

In contrasto con il decadentismo dell'800, che voleva la Natura come nemica dell'uomo, abbiamo qui invece una Natura amica, una Natura che supporta l'uomo e prolunga il piacere ben oltre l'atto di liberazione vero e proprio.

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«quindi cacate

perch'è dimostrato

ci si pulisce il culo dopo aver cacato.»

Arriviamo qui ad un punto cruciale della composizione: difatti, così com'è inutile "fasciarsi la testa prima di essersela rotta" (e che è inoltre un particolare importante che distingue i membri del Partito dai fascisti, i quali per definizione fasciano tutto a prescindere), è inutile pulirsi il culo prima di aver cacato. Dietro queste parole si nasconde anche un altro significato, ben più oscuro: è inutile sperare di godere del piacere della pulizia anale prima di essere diventati membri cacanti del Partito.

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«Evviva i cessi

sian benedetti evviva i bagni, le toilettes e gabinetti evviva i campi da concimare, viva la merda

e chi ha voglia di cacare.»

Sebbene ad un'analisi superficiale potrebbe sembrare una banale lode agli Strumenti di Partito, in realtà questo passaggio è una lode al Gabinetto Governativo, che si occupava della Gestione delle Imposte Escretative (GIE) per operazioni quali la bonifica delle paludi e la costruzione di ferrovie, anche se per quest'ultima operazione la procedura rimane ancora un mistero. Il passaggio si conclude con un'altra lode, indirizzata invece a tutti coloro iscritti al Partito "volontariamente" e al loro prezioso prodotto.

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«Il bello nostro è che ci si incazza parecchio

e ci si calma solo dopo averne fatta un secchio la vogl'arreggere per una stagione

e colla merda poi far la rivoluzione !»

In questo passo si fa invece leva sul sentimento reazionario che animava l'Italia dell'epoca, dovuto ad un Virus della Diarrea capitato nel Giorno dei Contrari nell'anno 1978, che aveva portato al limite la sopportazione dei cittadini e che aveva messo in ginocchio l'agricoltura italiana, privata della sua materia prima. Il Generale Benigni sfruttò abilmente questo risentimento per conquistare il potere attraverso un colpo di stato (far la rivoluzione).

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«Pieni di merda andremo a lavorare

e tutt'a un tratto si fa quello che ci pare e a chi ci dice, dice te fa' questo o quello

noi gli cachiam addosso e lo riempiam fino al cervello»

È qui descritta la tragica situazione prima della venuta del Partito: le persone, impossibilitate a cacare, pieni di merda devono comunque svolgere i loro compiti lavorativi. Con l'arrivo del Partito, all'inizio di stampo cacanarchico, fu dato ai cittadini modo di sfogarsi contro la società precostituita, almeno fino a che il potere del Generale non fu consolidato.

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«Non sono mai stato cosi' giocondo.

Viva la merda che ricopre tutto il mondo: e' un mondo libero, un mondo squacchera,

perché spillacchera di qua e di la'.»

Ormai quasi alla fine di questo climax ascendente, ormai presi dall'ectasyestasi e dall'entusiasmo potremo figurarci il ridente futuro della nazione italiana, guidata dal Partito in una utopica marcia sul mondo.

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«Cacone, merdone, stronzone, puzzone: la merda che mi scappa si sparga su di te.»

L'inno si conclude col "Motto Motta", creato per pubblicizzare il nuovo gelato al gusto "cioccacato" della Motta e poi ripreso dal Partito come frase da pronunciare in presenza di un ufficiale di rango più alto al momento di congedarsi.

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