Il deserto dei Tartari

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Quote rosso1 Il maggiore Drogo sentì che il duro carico dell’animo suo stava per rompere in pianto. Proprio allora dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte. Gli parve che la fuga del tempo si fosse fermata, come per rotto incanto. La vita dunque si era risolta in una specie di scherzo, per un’orgogliosa scommessa tutto era stato perduto.
La porta della camera palpitava con uno scricchiolio leggero. Forse era un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse era invece lei che era entrata, con passo silenzioso, e adesso stava avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizzò un po’ il busto, si assestò con una mano il colletto dell’uniforme, diede ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo vedesse, sorrise.” Quote rosso2

~ Giovanni Drogo su bellezza poetica del morire solo come un cane dopo un'abbuffata di cozze

Il deserto dei Tartari è un romanzo ricco di azione, sparatorie e cammelli, scritto dal giornalista Dino Buzzati durante un concorso per un posto in Rai nel 1939. Il concorso, che si componeva di semplici domande a risposta multipla, vide Buzzati classificarsi misteriosamente all'ultimo posto.
Il deserto dei Tartari è universalmente considerato uno dei migliori esempi del filone fantastico: sarebbe infatti fantastico riuscire a finire questo libro, ma nessuno ci è mai riuscito.

[modifica] Trama scaricata da www.studenti.it

Denti tartaro

L'inarrestabile avanzata dei Tartari.

Il romanzo narra dell'arrivo del tenente Giovanni Drogo in un avamposto militare, la Fortezza Bastiani, situato nel bel mezzo del deserto più assoluto, e degli spassosi giochi che l'intera guarnigione si inventa per ingannare il tempo.
Il gioco più apprezzato dai soldati è quello di vivere in costante attesa che un fantomatico esercito nemico dalla scarsa igiene orale (i Tartari, appunto) possa sbucare fuori dal deserto e attaccare.
Inutile precisare che nel deserto non c'è anima viva (altrimenti si chiamerebbe affollato) e che quindi i soldati aspettano per il cazzo.

Particolarmente denso di significato è il capitolo finale, durante il quale sembra che effettivamente i tanto agognati Tartari stiano per arrivare.
A questo punto Drogo, che nell'attesa è diventato un vecchio artritico, ha la brillante idea di ammalarsi e viene spedito in città per curarsi, vanificando il lavoro di una vita e causando raptus di violenza omicida in tutti i lettori che sono arrivati all'ultima pagina pregustando il colpo di scena.

[modifica] Extended version

[modifica] Capitolo I

Capitolo introduttivo che descrive con dovizia di particolari la cagata mattutina del giovane tenente Drogo.
Silo

La Fortezza Bastiani in un'elaborazione grafica al computer.

[modifica] Capitolo II

Giovanni Drogo viene assegnato di stanza alla Fortezza Bastiani, che riesce a trovare con gran difficoltà in quanto essa è raggiungibile solo con l'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Giunto a destinazione fa la conoscenza del maggiore Matti, del capitano Ortiz e del colonnello Giuliacci. La prima impressione è quella di avere a che fare con degli autentici idioti, e la seconda anche.

[modifica] Capitolo III

Giovanni compie il suo primo giro della Fortezza, e dopo pochi metri si perde. Gli altri soldati della guarnigione lo trovano dopo tre ore rannicchiato in un angolo che piange e dice di voler tornare a casa.

[modifica] Capitolo IV

Giovanni Drogo viene iniziato ai passatempi della Fortezza: aspettare i Tartari, lavare il cane e fare scherzi telefonici a La prova del cuoco.

[modifica] Capitolo V

Drogo è di sentinella sui bastioni della Fortezza e medita di chiedere il trasferimento in un'altra zona, quando dei gemiti provenienti dal deserto interrompono la sua riflessione. Incuriosito, il tenente scopre il capitano Ortiz e il maggiore Matti impegnati in atti contronatura. Sporge immediata segnalazione ai superiori, ma non prima di aver caricato il filmino su Youporn.

Il deserto dei tartari

Buzzati sapeva che una copertina accattivante è importantissima per attirare i potenziali lettori. E decise di fottersene scegliendo comunque 'sta ciofeca.

[modifica] Capitolo VI

Drogo trova una lattina vuota di fagioli borlotti in mezzo al deserto. Comincia a prenderla a calci perché si annoia. Trascorrono così trentaquattro anni.

[modifica] Capitolo VII

Accurata descrizione di un'unghia incarnita che affligge Giovanni Drogo, nel frattempo divenuto capitano.

[modifica] Capitolo VIII

Drogo inizia un fitto rapporto epistolare con una certa Rosaria da Caltanissetta, per poi scoprire che Rosaria è un trans. Per la delusione decide di dedicare tutta la vita che gli rimane a guardia della Fortezza e di non tornare mai più in città, dove peraltro nessuno sente la sua mancanza perché tutti i suoi parenti sono nel frattempo morti.

[modifica] Capitolo IX

Viene avvistato un polverone nel deserto, segno inequivocabile che qualche anima viva c'è e si sta avvicinando alla Fortezza. Tutti i soldati festeggiano, ma Drogo viene colto da un'appendicite grande quanto la Basilicata.
Il suo superiore, il colonnello Bastardone, decide di mandarlo in città.

[modifica] Capitolo X

Mentre tutta la guarnigione si prepara per la battaglia contro i Tartari il fortunato Giovanni Drogo viene condotto in città su di un calesse trainato da un asino, peraltro impagliato.
Il libro si chiude con la sua auspicabile morte in uno squallido motel e con la criptica frase: "Che vita di merda!"

[modifica] Accoglienza

Fabrizio Del Noce

Giovanni Drogo mentre scruta fervidamente l'orizzonte alla ricerca dei Tartari, o forse di una soubrette da poter raccomandare.

Il romanzo fin dalla prima edizione si è rivelato un costante successo editoriale, tanto che la casa editrice Mondadori ha fiutato l'affare e ha recentemente tradotto l'opera di Buzzati in svariate lingue fra cui afgano, assiro-babilonese e bergamasco.
I suoi punti di forza in effetti sono molteplici:

  • I lettori di ogni generazione restano solitamente affascinati dal ritmo incalzante della narrazione e si sentono rappresentati nelle tematiche affrontate (l'attesa, la solitudine, la vecchiaia, i matrimoni gay, l'aumento vertiginoso del costo di frutta e verdura).
  • Il libro offre il vantaggio di trasformarsi in un comodo strumento per grattarsi in caso di prurito grazie alla copertina molto spigolosa.
  • Il libro è un efficace arma da lancio contro le zanzare particolarmente moleste.

Pochi sono a conoscenza del fatto che il titolo attuale fu imposto a Buzzati dal governo fascista. Lo scrittore voleva infatti intitolarlo Le cucciolose avventure del castello pazzerello. A quei tempi però l'Italia era appena entrata in guerra e i fascisti temevano che un titolo simile potesse far venir voglia di disertare ai milioni di volontari che loro avevano infinocchiato con la panzana della guerra lampo. Buzzati rifiutò strenuamente ma dopo che i fascisti gli tennero la testa in un secchio d'acqua per un buon quarto d'ora acconsentì al cambio di titolo.
Da Il deserto dei Tartari il regista Valerio Zurlì (fratello minore del ben più noto mago) ha tratto nel 1976 l'omonimo film, con Giuliano Gemma nella parte del tenente Drogo e Jack Nicholson nella parte di un cammello che sbrocca e ammazza l'intera guarnigione.

[modifica] Controversie

Deserto con albero - Uganda

Secondo gli studiosi il deserto dei Tartari si colloca in una zona compresa tra la Barbagia e l'Uganda.

Il romanzo ha ottenuto subito una certa notorietà ma ha suscitato anche alcune polemiche, alcune delle quali alimentate da persone che avevano addirittura letto il romanzo.
Nel 1941 un certo Aurelio Maria Panpepato denunciò Buzzati affermando che lo scrittore aveva copiato la trama dal suo romanzo L'invasione delle vongole mannare. Buzzati negò sempre il plagio, tuttavia fu costretto dalle autorità competenti a pagare 44 milioni di dollari di risarcimento a Panpepato. Per ripicca versò l'intera somma in monete da un centesimo.

Buzzati entrò poi in forte contrapposizione con il noto intellettuale Federico Moccia, dopo che quest'ultimo affermò che "Il deserto dei Tartari è un libraccio senza il minimo contenuto artistico." La sdegnata reazione di Buzzati (che a sua volta definì Moccia come un "patetico scherzo della natura") diede vita a una diatriba di carattere nazionale.
I due arrivarono anche ad azzuffarsi durante una puntata di Porta a porta che aveva come argomento principale di discussione la rottura del menisco di Ronaldo.

Dino Buzzati è rimasto suo malgrado legato al Deserto dei tartari, considerato non a torto il suo capolavoro: nelle opere successive (il romanzo Cara, ti si sono rotte le acque o ti stai trasformando in una medusa? e la raccolta di racconti Cinquanta sfumature di herpes inguinale) il giornalista non riuscì più a raggiungere livelli artistici simili e venne dimenticato da critica e pubblico, ma soprattutto dal suo cuoco, e morì di inedia nel 1972.

[modifica] Voci correlate


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