Il corvo (poesia)

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~ E. A. Poe - Il corvo
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Il corvo disegnato da Poe in persona.

Il corvo è la poesia più famosa di Edgar Allan Poe, da cui l'autore ha tratto poi un film nel 2012 (rovinato dalla brutta faccia di John Cusack).

La poesia non parla di morti ammazzati, come sarebbe lecito aspettarsi, e la cosa provocò non poche critiche dei fan all'epoca. L'opera venne perciò ripubblicata in una nuova versione, in cui il corvo risveglia Brandon Lee dalla morte e gli fa uccidere per vendetta chiunque gli capiti a tiro, ma non convinto Poe decise di tornare sui suoi passi e ripristinare la prima versione.

[modifica] Struttura

Il corvo ha una struttura che a prima vista sembra piuttosto rigida, ma se gli spezzate le zampette lo vedrete accasciarsi al suolo come qualsiasi altro uccello. La poesia riprende sapientemente questa lezione di madre natura: dapprima sembra che i versi si ripetano con lo stesso preciso metodo di costruzione (stesse sillabe, stesso tono cupo, stessa mortale pallosità), poi invece i versi inizieranno a confondersi nella vostra testa finché non vi renderete conto che vi siete addormentati durante la lettura.

È semplice notare come le risposte del corvo siano sempre le stesse (insomma, non ci vuole una intera lezione di Lettere per accorgersene) e proprio su questo gioca l'autore, come se fosse una grande scoperta artistica. Forse nessuno aveva detto al simpatico Edgar Allan Poe che una roba simile esisteva fin dai tempi in cui i veri poeti se la tiravano un po' di meno di lui.

[modifica] Analisi del testo

Corvo poe.jpg

Una parte della poesia illustrata in un libro per bambini.

Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco,
sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata;
mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto, sentii un colpo leggero,
come di qualcuno che leggermente picchiasse - pichiasse alla porta della mia camera.
« È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera »
Questo soltanto, e nulla più.

Il protagonista, impegnato in un atto di autoerotismo (mentre chinavo la testa) aiutato da vecchie riviste pornografiche (sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata) sente bussare alla porta. Ma dal momento che non ha alcuna intenzione di aprire, se ne dimentica subito e torna alla sua consueta autofellatio.

Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre,
e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre
dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora,
e che nessuno chiamerà in terra - mai più.

Qui chiaramente comprendiamo quanto il protagonista si senta solo dopo aver perso Eleonora e per questo si dà alla masturbazione. Non sappiamo ancora se, come da tradizione delle opere di Poe, Eleonora sia morta in modo orribile, magari stuprata e uccisa dallo stesso psicopatico protagonista del componimento.

E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea,
facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima,
sicché, in quell'istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo:
« È qualche visitatore, che chiede supplicando d'entrare, alla porta della mia stanza.
« Qualche tardivo visitatore, che supplica d'entrare alla porta della mia stanza;
è questo soltanto, e nulla più ».

Il protagonista mente a se stesso e tenta ancora una volta di scacciare l'immagine di chi possa trovarsi fuori dalla sua porta. Immagina in realtà che la persona all'esterno lo stia spiando da dietro le tende nel suo atto sessuale (il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea, mi riempiva di tenori fantastici).

Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
« Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono;
« ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente,
« e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera,
« che io ero poco sicuro d'avervi udito ». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.

Il protagonista si rompe il cazzo (non letteralmente!) e dopo mezz'ora decide di andare a vedere chi è che rompe i coglioni a mezzanotte. Ma fuori non trova nessuno. I testimoni di Geova si sono dileguati nelle tenebre.

Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito
sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare;
ma il silenzio rimase intatto, e l'oscurità non diede nessun segno di vita;
e l'unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.

Il protagonista visibilmente su di giri per via di qualche droga crede di intravedere nell'oscurità Eleonora. Questo fattore torna a suggerirci che forse Eleonora è stata barbaramente seviziata e fatta a pezzi dall'uomo (ecco perché la cerca nell'ombra della notte). Ma può anche darsi che l'uomo stia semplicemente dicendo cazzate a vanvera: dopodutto ha aperto la porta col pisello ancora di fuori in bella mostra.

Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme;
ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
« Certamente - dissi - certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra ».
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.

Il protagonista torna dentro casa, ma sente nuovamente bussare. Le bestemmie piovono come grandine grossa quanto noci di cocco, ma l'uomo vuole andare in fondo alla questione e scoprire di cosa si tratti.

Quindi io spalancai l'imposta; e con molta civetteria, agitando le ali,
si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d'altri tempi;
egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante
ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera,
s'appollaiò, e s'installò - e nulla più.

Aperta una finestra, un corvo grosso come un tacchino vola dentro casa e dopo aver cagato dappertutto si posa sulla porta della camera del protagonista, come un guardone. Il protagonista è talmente fuso che non si scompone minimamente, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Piccola nota: a questo punto le parole "nulla più" iniziano a rompere le scatole e Poe dal prossimo verso deve inventarsi qualcos'altro per non far morire di noia il lettore. "Nulla più" diventa magicamente "Mai più": che grande ed inaspettato tocco artistico!!

Allora, quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere,
con la grave e severa dignità del suo aspetto:
« Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso - io dissi - tu non sei certo un vile,
« orrido, torvo e antico corvo errante lontanto dalle spiagge della Notte
« dimmi qual è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte! »
Disse il corvo: « Mai più ».

Poe è un porcellone omosessuale e se lo avevamo già intuito, ora abbiamo la prova definitiva (quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere). Ora ci è chiaro che l'intero componimento non è nient'altro che una metafora: il protagonista ha lasciato Eleonora per dedicarsi a grossi cazzi di negroni ingrifati. Il corvo non è realmente un corvo, è un cazzo! Eppure l'omossessualità crea qualche problema all'uomo, qualche sorta di risentimento, forse dovuto all'epoca. Infatti l'uccellone a cui si rivolge afferma di chiamarsi "Mai più".

Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello,
sebbene la sua risposta fosse poco sensata - fosse poco a proposito;
poiché non possiamo fare a meno d'ammettere, che nessuna vivente creatura umana,
mai, finora, fu beata dalla visione d'un uccello sulla porta della sua camera,
con un nome siffatto: « Mai più ».

Il protagonista è affascinato e allo stesso tempo spiazzato da questo grosso cazzo parlante... chi non lo sarebbe?

Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente
quest'unica parola, come se la sua anima in quest'unica parola avesse effusa.
Niente di nuovo egli pronunziò - nessuna penna egli agitò -
finché in tono appena più forte di un murmure, io dissi: « Altri amici mi hanno già abbandonato,
domani anch'esso mi lascerà, come le mie speranze, che mi hanno già abbandonato ».
Allora, l'uccello disse: « Mai più ».

Scopriamo che il protagonista ha già sperimentato in passato la sodomia (altri amici mi hanno già abbandonato, domani anch'esso mi lascerà) e ha dei brutti ricordi in proposito. La paura che il suo nuovo amico uccellone lo lasci si fa sentire forte come un pugno nel culo. Ma il "corvo" gli assicura che non lo lascerà mai più e il protagonista si riprende un poco.

Trasalendo, perché il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta:
« Senza dubbio - io dissi - ciò ch'egli pronunzia è tutto il suo sapere e la sua ricchezza,
« presi da qualche infelice padrone, che la spietata sciagura
« perseguì sempre più rapida, finché le sue canzoni ebbero un solo ritornello,
« finché i canti funebri della sua Speranza ebbero il malinconico ritornello:
« Mai, - mai più ».

Il protagonista capisce che il suo nuovo amico negro arriva da un paese lontano, magari schiavo di un qualche ricco marinaio sodomita, e che deve aver imparato nella sua lingua soltanto le parole "mai più", forse durante uno degli atti sessuali contro natura a cui era stato abituato.

Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso,
subito volsi una sedia con ricchi cuscini di fronte all'uccello, al busto e alla porta;
quindi, affondandomi nel velluto, mi misi a concatenare
fantasia a fantasia, pensando che cosa questo sinistro uccello d'altri tempi,
che cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d'altri tempi
intendea significare gracchiando: « Mai più ».

Il protagonista parte per la tangente e affondando il suo corpo nudo e sudato nel velluto del suo divano inizia a fantasticare circa le peggiori porcate che potrebbe sperimentare con l'uccellone. Fino a che punto potrà spingersi sessualmente, prima di fargli gridare "mai più"?

Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba
all'uccello, i cui occhi infuocati ardevano ora nell'intimo del mio petto;
io sedeva pronosticando su ciò e su altro ancora, con la testa reclinata adagio
sulla fodera di velluto del cuscino su cui la lampada guardava fissamente;
ma la cui fodera di velluto viola, che la lampada guarda fissamente
Ella non premerà, ah! - mai più!

Mentre l'uccello si fa sentire in tutto il suo ardore (ardevano ora nell'intimo del mio petto), il protagonista non riesce a godersi il momento felice, tornando con la mente al suo periodo eterosessuale con Eleonora.

Allora mi parve che l'aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile,
agiato da Serafini, i cui morbidi passi tintinnavano sul soffice pavimento,
- « Disgraziato! - esclamai - il tuo Dio per mezzo di questi angeli ti à inviato
« il sollievo - il sollievo e il nepente per le tue memorie di Eleonora!
« Tracanna, oh! tracanna questo dolce nepente, e dimentica la perduta Eleonora!
Disse il corvo: « Mai più ».

Secondo voi cosa è successo? Un forte odore e un liquido da tracannare... devo farvi un disegno? Un liquido che a quanto pare l'uccellone non vuole proprio ingoiare (disse il corvo: mai più). Dunque è per questo motivo che lo schiavo nero ha imparato le parole "mai più"! Per non ingoiare!

- « Profeta! - io dissi - creatura del male! - Certamente profeta, sii tu uccello o demonio!
« Per questo Cielo che s'incurva su di noi - per questo Dio che tutti e due adoriamo -
« dì a quest'anima oppressa dal dolore, se, nel lontano Eden,
« essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Eleonora,
« abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Eleonora ».
Disse il corvo: « Mai più ».

Il rifiuto di ingoiare lo sperma da parte dell'uccellone fa tornare sui suoi passi il protagonista, che chiede al suo giocattolo sessuale se potrà tornare ad essere eterosessuale e ricongiungersi con la sua Eleonora. Ma il "corvo" pare piuttosto negativo a riguardo...

- « Sia questa parola il nostro segno d'addio, uccello o demonio! » - io urlai, balzando in piedi.
« Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte!
« Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita!
« Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: « Mai più ».

Il protagonista si alza in piedi e si riveste e tenta con tutte le forze di scacciare l'uccellone della stanza, ma questo proprio non se ne vuole andare.

E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato
sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza,
e i suoi occhi sembrano quelli d'un demonio che sogna;
e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento,
e la mia, fuori di quest'ombra, che giace ondeggiando sul pavimento
non si solleverà mai più!

Conclude la poesia l'ultimo straziante verso che ci fa capire che il protagonista è condannato all'omosessualità e a vivere per sempre con il suo nuovo compagno superdotato di colore, probabilmente nigeriano. Poe non ci lascia alcun dubbio in merito chiudendo, con molta originalità, attraverso le solite due parole "mai più".

[modifica] Curiosità

  • Invertendo le parole "mai più" otteniamo la parola "piumai". Incredibile.

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