Fausto Bertinotti

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Quote rosso1.png Il comunismo viene da sé anche senza Berlinguer. Il comunismo è come prima di farsi la prima sega che si viene a letto da sé. Si fa: «Dio bono, che cosa m'è successo?» «Niente, o fanciullo, sei venuto! Quello che non funzionava ora funziona. Godi!» Quote rosso2.png

Quote rosso1.png La forma dello snobismo è di certo un modo per ricostruire un rapporto di massa sull'autenticità, in un'epoca nella quale la parossistica spettacolarizzazione porta alla totale inautenticità, nel rumore ormai assordante di una politica mendace. Quote rosso2.png

~ Fausto Bertinotti durante una manifestazione della CGIL ammalia la folla di lavoratori con i suoi discorsi pragmatici e schietti


Fausto Bertinotti (Milano, XXIII anno della Rivoluzione bolscevica), meglio noto come Kompagno Fausto o Fausto Berchinotti, è un animale politico del sottobosco della Seconda Repubblica.
Trova il suo habitat naturale nelle maggioranze di centro-sinistra; dove prolifera con altri parassiti, traendo nutrimento dalla coalizione ospite.

[modifica] Cenni biografici

Figlio di genitori ignoti, Fausto Bertinotti viene ritrovato avvolto in fasce davanti ad una sezione del PCI da Pietro Ingrao, il quale, incerto tra mangiare il pargolo o adottarlo, dopo una lacerante riflessione deciderà di accogliere il bambino nella sua famiglia.

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Bertinotti contempla con il cannocchiale il sol dell'avvenire.

Cresciuto dal padre putativo a pane e rivoluzione proletaria, a sei mesi il piccolo Fausto pronuncia come sua prima parola "plusvalore" e a tre anni saprà già recitare a memoria brevi passi de "Il Capitale" di Karl Marx. La consacrazione ad erede della corrente massimalista del Partito Comunista avviene in occasione del suo sesto genetliaco, per il quale Bertinotti chiederà che gli sia regalato un busto di Palmiro Togliatti in miniatura.

In quinta elementare, durante una lezione di storia, si scaglierà contro l'arroganza della borghesia capitalista e fonderà, con gli altri figli di operai, un soviet per contrastare il tentativo della maestra di consolidare l'egemonia culturale piccolo-borghese, inculcando nelle inermi menti dei bambini la falsa coscienza che Stalin fosse stato un dittatore sanguinario, anziché uno statista brillante e amante del suo popolo.
Il golpe però fallirà, decretando la prima sconfitta politica di Bertinotti, che per castigo verrà messo dietro la lavagna.

Giunto alle scuole superiori; Bertinotti sfiora l'elezione a rappresentante d'istituto, dopo una frizzante campagna elettorale condotta al grido di "Tutto il potere ai soviet", proponendo l'adozione del Libretto Rosso di Mao come testo unico per gli studenti.

Terminati gli studi, per un certo periodo Bertinotti si guadagna da vivere lavorando come bagnino, ma il vezzo di aizzare la bandiera rossa anche con il mare calmo, impedendo ai villeggianti di fare il bagno, sarà causa del suo licenziamento.

[modifica] Impegno politico

Conclusa così la sua prima (e unica) esperienza lavorativa, Bertinotti scopre come la retorica comunista possa essere sfruttata come cospicua fonte di reddito e così, dopo una doverosa gavetta nella FGCI e nelle BR, diviene un esponente di spicco della CGIL.
Da sindacalista si fa promotore di fondamentali campagne in difesa dei diritti dei lavoratori, tra le quali si ricorda la mobilitazione nazionale contro l'abrogazione della scala mobile e la sua sostituzione con gli ascensori.

Una serie improvvisa di eventi porteranno Bertinotti alla decisione di candidarsi per il Parlamento, assicurandosi così una vecchiaia agiata.
Il 9 novembre 1989, mentre si trovava in URSS per assistere alla cerimonia di inaugurazione del primo supermercato Coop a Leningrado, Bertinotti viene raggiunto dalla terribile notizia del crollo del muro di Berlino: pare che ad un certo punto il dolore per la barbarie, che cresceva ad ogni picconata, fosse divenuto insopportabile al punto da farlo scoppiare in lacrime gridando:

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«Nikita, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!»

Poco dopo, Bertinotti impugnerà la cornetta del telefono, chiamando l'agenzia di viaggi per disdire la vacanza nella Repubblica Democratica Tedesca.

Passano meno di due anni e un'altra sciagura sta per abbattersi sulla vita di Fausto, non ancora ripresosi dal precedente trauma.
Il 3 febbraio 1991 viene deliberato lo scioglimento del PCI: Bertinotti apprende la notizia in diretta dalla Corea del Nord, dove stava tenendo una conferenza sulla vita di Giuseppe Di Vittorio. Abbandonata di punto in bianco la conferenza, Fausto comincerà a vagare con sguardo perso nel vuoto per i giardini dell'università di Pyongyang, pronunciando improperi a mezza bocca:

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Bertinotti mentre dirige la seduta del Politburo del PRC, alla quale partecipano gli esponenti di spicco della nomenklatura: i compagni Yuliy, Frantsisk e Pavel Cirino.

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«La merda della maiala degli stronzoli nel culo delle poppe pien di piscio co'gli stronzoli che escan dalle poppe de budelli de vitelli con le cosce della sposa che gli sorte fra le cosce troppe seghe dentro il cazzo troppi cazzi dentro il culo che gli spuntan dalle cosce che gli tornan dalle gambe con la mamma ni'ppompino della nonna che gli schianta da il su' corpo che gli leccano la schiena poi gli sputa ne'coglioni e gne lecca ni'ggroppone co schiantassi tra le zolle che si striscia'n mezz'all'erba che le mamme tutte gnude che si struscian dalle file e si sgroppan con la schiena co le poppe sbatacchiate senza latte che si scopran tra le mucche che si infila che gli sorte'n mezz'all'erba che gni gira'mmezz'a'denti che gli sputa qunand'e'n'terra e gli mettano le seghe nella fica e si gode tutti insieme e si gode tutti insieme e lo guardan da lontano co i'ggroppone'nsudiciato e le cosce la su sposa co'i'mmarito i'pparente gliene schianta gni piglia d'ipparente con la carne dentro il corpo co i'ccorpo nella carne e la mamma sdraiata tra le zolle che gli mena le zolle che gli tornan sulla terra e gni schiantano'parenti glene leano tre vorte glene sortano diciotto...»

Per sfogare la rabbia, Bertinotti, tornato in Italia con il primo volo disponibile, costruirà nel salotto di casa dei tiro a segno con i ritratti di Achille Occhetto e Massimo D'Alema.

[modifica] Rifondazione Comunista

Riottoso ad accettare i mutamenti geopolitici cagionati dal termine della Guerra fredda, nel 1992 Bertinotti tenta invano di far causa alla National Geographic, rea di aver cancellato l'Unione Sovietica dalle cartine geografiche, dimostrando inconfutabilmente la propria subordinazione alle organizzazioni paramilitari di matrice atlantista.
Sfortunatamente i giudici non daranno credito alle tesi di Bertinotti, il quale si sfogherà, in un'intervista concessa al quotidiano l'Unità, denunciando la faziosità e il maccartismo delle "toghe nere".

Oppostosi con fermezza alla svolta socialdemocratica del neonato PDS, all'abiura della rivoluzione e a qualsivoglia apertura al liberismo e alla proprietà privata, Bertinotti si riconcilierà con gli altri nostalgici comunisti[1] nel Partito della Rifondazione Comunista, l'unico soggetto politico di sinistra a proporre un programma davvero inedito e innovativo: espropriazione e socializzazione del capitale, dittatura del proletariato, grandi purghe per epurare la sinistra italiana dai deviazionisti pidiessini e sostituzione dell'inno di Mameli con "La locomotiva" di Francesco Guccini.
Tuttavia il sol dell'avvenire verrà eclissato dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, nefasta incarnazione della tracotanza capitalista.
Difatti gli sforzi compiuti da Bertinotti per destare il proletariato italiano dal letargo secolare, diffondendo tra le masse operaie le idee di Engels, Gramsci e Rosa Luxemburg, saranno vanificati dalla contro-propaganda populista di Emilio Fede, Giuliano Ferrara e Paolo Del Debbio.

Ciò nonostante, alle elezioni del 1996, grazie al suggello con i reazionari de L'Ulivo di un patto di non aggressione[2], Bertinotti, da segretario di Rifondazione Comunista, riesce a conquistare un cospicuo numero di seggi. La tregua durerà due anni; nel corso dei quali la nostalgia di Bertinotti nei confronti di Berlusconi diventerà sempre più forte, al punto da indurre il leader di Rifondazione a ritirare la fiducia al primo governo Prodi, tacciando l'allora Presidente del Consiglio dell'accusa gravissima di perseguire l'eresia revisionista di Bernstein e di tradire così l'ortodossia massimalista e kautskyana.

A coronamento di una carriera luminosa, nel 2006 Bertinotti assurge alla presidenza della Camera dei deputati: appena eletto, farà immediatamente approvare un regolamento interno per ribattezzare tale carica "Praesidium del Soviet Supremo".
Terminata questa esperienza, decide, dopo aver incassato il primo assegno vitalizio, di ritirarsi a vita privata in un piccolo villaggio in Siberia, il quale verrà in suo onore ribattezzato "Bertinottigrad".

[modifica] Note

  1. ^ In tutto quattro: Bertinotti, Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero e il vignettista de "il Manifesto" Vauro Senesi.
  2. ^ Passato alla storia come "Patto Molotov-Ribbentrop".
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